Questo sito utilizza cookie tecnici, anche di terze parti. Per ulteriore informazioni sull'utilizzo dei cookie e su come disabilitarli, clicca qui. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando su qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.

image1 image2 image3
logotype

IN MEMORIA DEL PROFESSOR FRANCO PANIZON

Negli anni Settanta partì da Trieste una nuova cultura pediatrica, che metteva al centro delle cure il bambino e la mamma e introduceva per i piccoli il "day hospital", con molti anni di anticipo rispetto al resto d' Italia. Panizon rivoluzionò le cure per i bambini, umanizzandole e portando l'ospedale triestino "Burlo Garofolo" alla fama nazionale e internazionale. Docente di Pediatria e direttore della Scuola di specializzazione all'Università di Trieste, in seguito professore emerito, Panizon fu a livello nazionale il fondatore dell'Associazione culturale pediatrica e di molte riviste scientifiche, dalla famosa e tuttora attiva "Medico e bambino" a "Rivista italiana di pediatria" e a "Prospettive in Pediatria". In queste note voglio lasciare un ricordo del mio rapporto personale con Franco Panizon, tralasciando quello lavorativo e scientifico, perché su questi aspetti molti potranno descriverlo meglio di me. 

Tutto cominciò quando, nel 1981, lui mi mandò a Verona, in un Centro specializzato per le malattie respiratorie del bambino. Da allora, oltre alle occasioni congressuali, ci trovammo ogni anno la vigilia di Natale, per scambiarci le nostre impressioni sia lavorative, sia personali. I nostri incontri terminavano sempre con una scambio di doni: lui con qualche suo disegno o libro, io con delle pubblicazioni sulla "cultura di confine". Erano gli anni in cui le minoranze della nostra Regione – slovena, friulana e tedesca- attendevano un riconoscimento legislativo. Lui, da vecchio "internazionalista" era dubbioso su tali misure dicendo che la lingua era secondaria e per motivi di praticità si doveva parlare un unico idioma. Io invece, riconoscendo nelle lingue l'impronta materna, oltre al piacere della varietà e dell'impronta singolare di ogni etnia, volevo convincerlo del contrario. Nei nostri colloqui riandavo al fascismo, che aveva cancellato cognomi, nomi, scuole, istituzioni non italiane, creando una frattura sociale perdurante ancora ai nostri giorni. Per me conoscere e amare le realtà di questa nostra terra poliedrica e complessa, ricca non solo sul piano della varietà morfologico-naturalistica, ma anche sociale, linguistica e culturale, era ed è tuttora una fortuna. Del passato, che avevo appreso dai miei vecchi, amavo gli aspetti di convivenza e di elevazione culturale derivanti da una civiltà multilingue, aperta per secoli al respiro europeo alla quale l' accanimento dei nazionalismi, dei centralismi e dei provincialismi aveva divelto le radici secolari, prosciugando con la dimenticanza e col rifiuto un patrimonio spirituale irripetibile.
Così, ad ogni nostro incontro cominciai a portargli delle opere di scrittori di confine: Peter Handke che aveva da poco riscoperto la sua slovenità, il cantore delle Giulie Julius Kugy, Ferrari, Matvejevic, Cusin, Rauch, Macor, Cergoly, Gatterer,...Ogni libro era accompagnato da una mia dedica, di più pagine, che motivava la scelta del testo e ne sottolineava la peculiarità.
Ricordo una volta che, non appena trasferitomi nel Friuli "austriaco", venne a trovarmi e credo che tutti sappiano quanto gli pesasse guidare. Voleva vedere dove stavo e appurare la descrizione del luogo che gli avevo fatto. Era una splendida giornata di inizio autunno, il sole baciava le colline del Collio adornate ognuna da una chiesetta e più indietro le Alpi Giulie sembravano sorriderci dalle loro guglie assolate. Iniziammo a ripercorrere l'Isonzo dalla sorgente alla foce con le poesie e le prose degli scrittori delle diverse etnie che avevano vissuto sulle sue rive: i tedeschi Baumbach e Kugy, gli sloveni Askerc, Zupančič, Gradnik, Kosovel e Gregorčič, i friulani Minut, de Gironcoli, Pellis e Jacumin, il bisiaco Domini, per finire con il gradese Biagio Marin, più volte in odore di Nobel, che non era diventato universale solo perché aveva voluto scrivere nel suo piccolo e desueto dialetto isolano. Panizon lesse alcune sue odi, nel dialetto affine al triestino. Ricordo ancora il suo impegno, l'inarcarsi del sopracciglio, la sua voce bassa, calma, piena di sentimento, che sembrava riprodurre il moto dell'acqua della laguna:

 

" Tra tera ferma verde e la marina
Solo un campo de groi, ma imenso, vasto
E lame d' acqua salsa e bavarina
Che a duti i masurini 'i gera pasto"

Avremmo voluto che la giornata non finisse mai: la sera, prima di andarsene, facemmo un giretto sulle rive dello Judrio, lui con la mano sulla mia spalla, come faceva quando era rilassato, riandando ai vecchi ricordi di ragazzo, che sarebbero sfociati, dopo oltre trent'anni, nel libro " La Bella Gioventù". Il giorno, bello com'era cominciato, lo era ancor di più al tramonto: il Matajur, il Kanin e il Krn avevano le guglie infiammate e riflettevano il sole morente. Come tutti i grandi, che sanno ascoltare e mettersi in discussione, mi lasciò e ringraziò dicendomi: "peccato che non mi sono accorto prima di queste peculiarità della nostra terra".
Fu poi la volta di "Lettere Triestine", i quaderni di dibattito politico culturale che Panizon fondò nel 1994, nella quale mi affidò la redazione della rubrica sui problemi di confine. Ricordo ancora le riunioni della redazione all'ex ospedale di S. Giovanni, in cui furono anticipati molti temi della Trieste di oggi, a partire dall'apertura ai paesi dell'ex Jugoslavia, che avevano appena acquisito l'indipendenza.
E così, di Natale in Natale, siamo arrivati all'ultimo, il più lungo di tutti. Anche se affaticato dalla malattia, di cui non voleva parlare, continuava a parlarmi e a disquisire dei temi a lui cari: l'etica del nostro lavoro e della politica, la società, il suo passato. Ripercorse gli anni della sua permanenza in Sardegna, che amava molto, poi andò con il ricordo ai suoi maestri e al futuro della pediatria in un mondo che cambia, al suo rapporto con Dio. Alla fine ci scambiammo i consueti doni: io gli offrii un romanzo di Alojz Rebula, appena tradotto, e lui ricambiò con un carboncino raffigurante S. Francesco su cui aveva trascritto il sonetto "laudato si mio Signore..." Lo accompagnò dicendomi: "credo che sarà l' ultimo". Lo accompagnò con la sua ultima pubblicazione scientifica "Dal sintomo alla cura".
Cosa mi è rimasto di Franco Panizon? La sua correttezza intellettuale, il confrontarsi con umiltà sapendo ascoltare e mettersi in gioco, la noncuranza dell'apparenza, del legame con i beni terreni, il privilegio della cultura, la sua intelligenza viva, che gli faceva capire tutto e prima degli altri, che lo faceva correre sempre davanti agli altri, che ci ha fatto crescere tutti, culturalmente e professionalmente, che ha reso "europea" la pediatria regionale ed italiana.
Già ora, sapendo che non c'è più, sento la sua mancanza: proprio domenica scorsa, in un'assolata domenica d'inizio autunno, come quella di 32 anni prima, di fronte alla maestosità dei 3 giganti delle Giulie Montasio, Mangart e Jalovec mi sembrava di sentirlo vicino, di sentire la sua voce, la sua mano sulla spalla, il suo pensiero.

Condividi
2017  Udine Respira - Il progetto per la città di Mario Canciani  globbers joomla templates